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TOSCANA VALDORCIA: “Da Pienza al mondo, così salveremo la bellezza”
giovedì 12 gen 2017 Alle ore : 15:58
Nasce in Val d’Orcia una Carta per difendere il patrimonio culturale del pianeta dai rischi naturali. L’ha lanciato il geologo Margottini

Palazzo Piccolomini, l’antica residenza di papa Pio II, a Pienza, sta cambiando destinazione: da museo sulla storia del piccolo centro toscano, città ideale del Rinascimento, a quartier generale di una rete di siti Unesco. Con un progetto ambizioso: creare una lobby in difesa del patrimonio culturale del pianeta.



«Una parte del palazzo continuerà a essere dedicata alle mostre, il resto degli spazi ospiterà attività didattiche, scambi culturali, laboratori d’idee, convegni. Il tutto coordinato da una nuova cattedra all’Università di Firenze sulla gestione dei rischi naturali per i beni culturali, sotto l’egida Unesco. Un modello che vogliamo replicare in altri siti iscritti al Patrimonio Mondiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per la Cultura», spiega Claudio Margottini, geologo e consulente dell’Unesco, tra i maggiori animatori del progetto in progress, assieme al vice sindaco di Pienza, Giampietro Colombini. «Pienza è uno dei siti più piccoli del World Heritage, una città ideale voluta da un Papa, Enea Silvio Piccolomini, che si affaccia sulla Val d’Orcia, anche’essa sito Unesco, uno dei più estesi. È una bella combinazione per farne l’epicentro di relazioni sempre più strette, una rete di mutua assistenza tra luoghi di estrema bellezza, ma in molti casi, di estrema fragilità».



Il primo nucleo comprende luoghi diversi e lontani tra loro, da Matera a Palmira, da Leptis Magna a Macchu Picchu. Passando per Pompei, Timbuctù, Petra, Bamiyan, Sulaimaniya. In alcuni i monumenti sembrano più o meno al sicuro; nella maggior parte, la bellezza è in equilibrio precario, se non già colpita e sfigurata, come a Palmira o Bamiyan, la valle dov’erano incastonati nella parete di roccia i due Buddha giganti ridotti in macerie dai Taleban. Margottini, che ha lavorato in passato proprio a questa parete per consolidare le nicchie delle due statue, ha raccolto un gruppo di esperti nella missione «Save the beauty»: tra questi, l’architetto Pietro Laureano, anche lui consulente Unesco e promotore dell’inserimento di Matera nella lista del Patrimonio mondiale, Francesco Bandarin, numero due dell’Unesco, Maria Andalori, esperta di iconoclastia, e Tahani al Salhi, direttrice del parco archeologico di Petra.



Ma come dovrebbe lavorare questo think-tank? «Ci sono due linee di azione», spiega Margottini. «La prima è pratica: formare e scambiare competenze per la conservazione e la protezione della cultura. Per esempio, scuole per geologi, archeologi, restauratori, da creare in prossimità dei siti. Poi, la costituzione di centri logistici, per individuare criticità ed emergenze, in grado di dialogare in futuro con le nuove task-force Onu dei Caschi blu della Cultura; infine, l’organizzazione di mostre, anche sotto le tende, all’occasione, in luoghi a rischio, perché non vengano dimenticati».



In secondo luogo, il gruppo di Pienza dovrebbe agire come una lobby di pressione internazionale. «A settembre», ricorda il geologo, «c’è stata la prima sentenza per crimini contro la cultura, assimilati a crimini di guerra, di fronte alla Corte penale internazionale dell’Aia. È un passo importante. Ma non basta. La base legale del processo è una convenzione a cui non aderiscono Stati Uniti, Russia e molti Paesi del Medio Oriente. E che quindi lascia scoperte aree molto delicate. Il ruolo dell’alleanza dei siti Unesco è quella di far recepire nelle legislazioni dei singoli Paesi una serie di norme per la maggior protezione dei tesori culturali. Abbiamo appena concluso un ciclo di conferenze e di iniziative, prima tappa di una road map per la formulazione di una Carta dei Diritti dei Beni Culturali».



Che differenza c’è tra il gruppo di Pienza e una lista come quella che la stessa Unesco ha stilato per 46 siti a rischio? «Questa lista riguarda soprattutto siti minacciati dall’azione dell’uomo. La nostra esperienza è più orientata sui rischi naturali, dalle frane ai terremoti agli allagamenti. Senza fare allarmismi, si può dire che la gran parte dei siti del World Heritage è soggetta a rischi naturali, in alcuni casi immediati. Basti pensare, in Italia, alla possibilità di frana nella valle dei Templi di Agrigento. Secondo una stima dell’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale), i beni culturali a rischio idraulico nella penisola sono oltre 11 mila, quelli a rischio di frana 5.500».



Margottini, che ha da poco assunto l’incarico di addetto scientifico presso l’ambasciata italiana in Egitto, ha avviato la candidatura di Civita di Bagnoregio, un borgo medievale del Lazio aggrappato a uno sperone di tufo, assediato dalle frane, che intorno creano uno scenario dalle forme fantastiche. In caso di successo, sarà l’undicesimo sito del gruppo? «Spero di sì. Ho lavorato per molto tempo a Civita. Qui le frane, ora sotto controllo, da minaccia sono diventate il valore aggiunto di un paesaggio unico al mondo. E spero che si aggiungano al gruppo i siti Unesco in Egitto. È un Paese dove certo la bellezza non manca».

FONTE:http://www.lastampa.it/2017/01/04/cultura/da-pienza-al-mondo-cos-salveremo-la-bellezza-AIIuhL2wRTUve1GVsd7wwK/pagina.html#acquistaregistraaccedi

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